Al 21 agosto 2026, nella coda di connessione di Terna comparivano 531 domande attribuite a data center per 95,38 gigawatt. È una potenza ormai confrontabile con quella installata nell'intero sistema elettrico italiano, circa 120 gigawatt. La crescita della fila è stata rapidissima: 68,5 gigawatt nel novembre 2025, quasi 80 nel gennaio 2026. Per avere un altro termine di paragone, l'Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano attribuiva all'area milanese 414 megawatt di potenza IT installata, meno di mezzo punto percentuale della coda nazionale.

Novantacinque gigawatt di server non stanno per accendersi in Italia. Non ci sono altrettanti gigawatt di capannoni pronti, clienti in attesa e trasformatori già ordinati. Una richiesta di connessione può essere un progetto serio, un'opzione ancora immatura, una prenotazione duplicata o un modo per occupare una posizione nella fila. Al 21 agosto soltanto 15 domande, per 1,88 gigawatt, risultavano nella fase avanzata dell'iter.

La sproporzione, però, racconta qualcosa di reale. Il cloud ha smesso di essere una metafora innocua ed è arrivato davanti alla rete elettrica con una domanda industriale. Chiede terreno, potenza continua, fibra, trasformatori, generatori, batterie, acqua o sistemi di raffreddamento alternativi. Chiede autorizzazioni e, spesso, denaro pubblico per formare lavoratori, costruire infrastrutture o migrare servizi.

L'Italia vuole quella domanda. Il governo ha scritto una strategia per attrarre gli investimenti esteri nei data center; il Parlamento ha introdotto un procedimento unico che promette di concludere le autorizzazioni ordinarie entro dieci mesi; la Lombardia ha approvato una legge per governare localizzazione, suolo, acqua, energia e recupero del calore. Nel triennio 2023-2025 gli investimenti effettivi censiti dall'Osservatorio del Politecnico sono arrivati a 7,1 miliardi di euro. Per il 2026-2028 sono stati annunciati 83 progetti dal valore potenziale di 25,4 miliardi.

È una politica industriale riconoscibile: offrire all'economia digitale una casa italiana. Ma una casa non coincide con ciò che contiene. Il data center può essere in Italia, il servizio può essere americano, il software può essere proprietario, i chip possono arrivare da una filiera asiatica e statunitense, le chiavi possono essere gestite da un soggetto diverso da chi possiede i dati, mentre il margine più stabile segue il contratto cloud e non il contatore del comune che ospita l'edificio.

La domanda, allora, non è soltanto quanti data center costruiremo. È quale parte del potere e del valore resterà qui dopo aver fornito energia, acqua, territorio e regole.

La nuvola presenta una domanda di allaccio

Un data center non è un magazzino pieno di computer. È una macchina composta da almeno tre sistemi sovrapposti.

Il primo è immobiliare e industriale: terreno, edificio, cabine elettriche, gruppi di continuità, sistemi antincendio, raffreddamento e sicurezza fisica. Il secondo è informatico: rack, server, apparati di rete, storage, processori e acceleratori per l'intelligenza artificiale. Il terzo è il servizio: macchine virtuali, database, identità, strumenti di sviluppo, piattaforme di analisi, modelli e applicazioni vendute ai clienti.

I proprietari dei tre sistemi possono essere diversi. Un fondo può possedere il terreno. Un operatore di colocation può gestire l'edificio. Un hyperscaler può affittare una sala e installare i propri server. Un'impresa italiana può comprare capacità da quel cloud senza sapere in quale rack venga eseguito il singolo carico. Il titolare dei dati, il gestore delle chiavi e il fornitore del software possono essere ancora altri soggetti.

Per questo la provenienza di un data center non si legge sull'insegna. Dire che un impianto è italiano perché sorge a Settimo Milanese è come stabilire la nazionalità di una catena televisiva guardando il catasto dello studio. Il luogo conta: determina giurisdizione, latenza, opere di rete, imposte locali e impatto ambientale. Ma non dice da solo chi decide gli aggiornamenti, chi può interrompere il servizio, quanto costa uscirne o dove finiscono i ricavi.

L'intelligenza artificiale ha reso il problema più visibile perché aumenta la densità di calcolo e concentra l'attenzione su GPU ed energia. I data center, però, sostenevano già posta elettronica, pagamenti, archivi, streaming, software aziendali e servizi pubblici. Il boom generativo non ha inventato la dipendenza: l'ha resa abbastanza grande da comparire nei piani della rete elettrica.

L'Italia corteggia il capitale

La strategia del Ministero delle Imprese e del Made in Italy elenca vantaggi che esistono davvero. Il Paese è attraversato da cavi sottomarini, si trova al centro del Mediterraneo, dispone di aree industriali da riqualificare, università tecniche, una rete di imprese e una domanda digitale ancora in crescita. Milano è già un nodo europeo importante e può offrire interconnessioni, clienti e competenze.

Il nuovo procedimento unico nazionale prova a ridurre una delle lamentele ricorrenti degli investitori: autorizzazioni frammentate fra troppi enti e tempi difficili da prevedere. La legge lombarda aggiunge una grammatica territoriale: preferenza per aree dismesse, attenzione al recupero del calore, maggiori contributi quando si occupa suolo agricolo, valutazione delle risorse idriche ed energetiche. Il Consiglio regionale ha approvato il testo il 26 maggio 2026; la norma è stata promulgata come legge regionale 3 giugno 2026, n. 11, e pubblicata sul BURL il 5 giugno. Le due date descrivono passaggi diversi dello stesso iter.

Tutto questo non è resa agli hyperscaler. Uno Stato può decidere che attirare infrastrutture sia nel proprio interesse. La vicinanza del calcolo riduce la latenza, aumenta le possibilità di interconnessione e offre alle imprese capacità che difficilmente costruirebbero da sole. Un campus può bonificare un'area, pagare lavori civili, acquistare energia, impiegare manutentori e attirare fornitori.

Il problema comincia quando l'investimento annunciato viene usato come misura sufficiente del beneficio pubblico. Dei 25,4 miliardi potenziali previsti per il 2026-2028, il 72 per cento è attribuito dall'Osservatorio a nuovi operatori internazionali. Non significa che il 72 per cento dei data center italiani sarà straniero, né che il 72 per cento dei profitti lascerà il Paese. Significa però che la fase espansiva è trainata soprattutto da capitali e soggetti che non hanno qui il proprio centro decisionale.

La stessa cautela serve per l'occupazione. Il rapporto realizzato da Pb7 Research per l'Italian Data Center Association stimava nel 2024 1.235 addetti diretti nei segmenti colocation e hyperscale, 13.735 indiretti e 6.830 indotti. Sono numeri importanti, ma descrivono lavori diversi. Un cantiere concentra migliaia di persone per alcuni anni; l'esercizio di un impianto molto automatizzato richiede un organico permanente più piccolo e specializzato. Vantage, per esempio, ha associato al proprio programma italiano circa 4.000 occupati nella costruzione distribuiti su otto anni e circa 250 posti permanenti.

Non c'è nulla di sorprendente: una centrale elettrica, una fabbrica automatizzata e un cavo sottomarino mostrano lo stesso rapporto fra picco di cantiere e gestione. Diventa ingannevole soltanto quando le due quantità vengono sommate per produrre un'unica promessa occupazionale.

Seguire un euro dentro il capannone

Per capire chi guadagna dal boom conviene seguire un euro, anche se nessuna statistica pubblica permette ancora di ricostruire l'intero viaggio.

Nella fase di costruzione quell'euro paga terreno, progettazione, bonifica, cemento, impianti, trasformatori, sicurezza e manodopera. Una quota può rimanere a imprese e lavoratori italiani; un'altra compra componenti prodotti altrove. Nella fase operativa paga elettricità, connettività, manutenzione, vigilanza, imposte e personale tecnico. Sono flussi ricorrenti legati al territorio.

Poi arriva il livello che il cliente vede davvero. Non compra metri quadrati o kilowatt: compra calcolo, storage, database, strumenti di intelligenza artificiale, identità, analisi e assistenza. Qui il valore non dipende soltanto dal capitale fisico. Dipende dal catalogo, dal software proprietario, dalle economie di scala, dalla relazione commerciale e dal costo necessario per spostare un'applicazione altrove.

Costruzione, esercizio e piattaforma hanno durate e margini diversi. Il calcestruzzo viene pagato una volta. Un database gestito produce un canone finché l'applicazione resta costruita attorno alle sue interfacce. Un corso di formazione crea competenze, ma una certificazione legata a un singolo fornitore può anche rafforzarne l'ecosistema. L'energia viene acquistata in Italia; la proprietà intellettuale può generare royalties e profitti in un altro paese.

È qui che l'intuizione secondo cui gli Stati Uniti estrarranno più valore dell'Italia diventa plausibile, ma non ancora trasformabile in una percentuale. AWS, Microsoft Azure e Google Cloud controllano insieme circa il 69 per cento del mercato europeo dell'infrastruttura cloud secondo i dati ripresi dal Parlamento europeo. Il dato riguarda i servizi cloud europei, non la proprietà degli edifici italiani e nemmeno la destinazione finale di ogni utile. Mostra però dove si concentra il potere contrattuale del livello più ricorrente e difficile da sostituire.

Un hyperscaler può acquistare chip a una scala irraggiungibile per un operatore nazionale, distribuire un servizio su molte regioni, integrare backbone, cloud e intelligenza artificiale e offrire centinaia di componenti già pronti. Più un cliente usa componenti proprietari, più l'uscita diventa un progetto di riscrittura invece di un trasloco. Il vantaggio tecnico si trasforma così in una rendita commerciale.

L'Italia non sta regalando ogni euro. In una parte rilevante dell'espansione trainata dagli operatori internazionali, però, offre la base fisica di una filiera della quale controlla poco i livelli superiori. La differenza è sostanziale: la prima frase sarebbe propaganda; la seconda è un problema di politica industriale.

Milano non è tutta la Lombardia

La concentrazione geografica aggiunge un altro equivoco. Nel perimetro dell'Osservatorio, Milano rappresentava 414 megawatt IT e il 68 per cento della potenza italiana. Ma il mercato non si ferma al confine comunale. Segue alta tensione, fibra, aree disponibili e distanza dai clienti, espandendosi verso altri territori lombardi.

Un comune può incassare oneri e ospitare il campus, mentre quello vicino riceve una nuova linea elettrica, traffico di cantiere o rumore. Un brownfield evita nuovo consumo di suolo ma non annulla il carico sulla rete. Un singolo progetto può dimostrare di avere acqua ed energia sufficienti; dieci progetti valutati separatamente possono saturare la stessa sottostazione o lo stesso bacino.

La scala corretta non è quindi il cancello del data center. È il sistema territoriale che gli permette di funzionare. Senza una valutazione cumulativa, ogni impianto presenta il proprio impatto come marginale e la somma emerge soltanto quando servono nuovi elettrodotti, nuove centrali o limitazioni per altri utenti.

Le richieste a Terna rendono visibile proprio questa competizione anticipata. Non sono consumi futuri certi, ma producono comunque pianificazione, occupano capacità amministrativa e possono influenzare le aspettative sul valore dei terreni. Secondo una ricostruzione di Tom's Hardware basata sul tipo di richiedente, soltanto il 10 per cento delle domande proviene da operatori di data center o fondi dedicati. Un altro 30 per cento arriva da società di progettazione, mentre il restante 60 per cento è riconducibile a operatori immobiliari, logistici o privati senza un progetto industriale dichiarato.

La provenienza della domanda non basta da sola a stabilire che un progetto sia fittizio: uno sviluppatore immobiliare può preparare un sito per un cliente futuro e una società di progettazione può agire per conto di un operatore. Il dato rende però concreta la possibilità che una parte della fila funzioni come mercato di opzioni e segnaposto. Prima di accelerare i permessi, servirebbe una graduatoria della maturità: cliente, finanziamento, sito, capacità energetica addizionale e tempi reali.

Il Polo Strategico Nazionale e la sovranità in appalto

Il Polo Strategico Nazionale dovrebbe essere la risposta italiana a questo problema. Il nome promette tre cose: un perimetro nazionale, una funzione strategica e una capacità pubblica di decidere. Guardando dentro la struttura, la promessa diventa molto meno lineare.

PSN è una società per azioni partecipata da TIM per il 45 per cento, Leonardo per il 25, CDP Equity per il 20 e Sogei per il 10. Non è corretto descriverla come una normale azienda privata: Leonardo ha il MEF come azionista, CDP Equity appartiene a CDP e Sogei è interamente pubblica. Ma non è nemmeno un'infrastruttura direttamente posseduta e operata dallo Stato. Nella propria pagina di trasparenza, PSN precisa che la quota di Sogei non consente al MEF controllo o influenza dominante.

Questa fotografia azionaria è corretta, ma potrebbe cambiare. Nel luglio 2026 Corriere Comunicazioni e Adnkronos hanno riferito di trattative per il passaggio a Leonardo del 10 per cento detenuto da Sogei, operazione che porterebbe Leonardo al 35 per cento. Sullo sfondo c'è anche l'interesse attribuito a Poste Italiane per il 20 per cento di CDP Equity e il nuovo peso di Poste in TIM dopo l'offerta pubblica di acquisto e scambio. Se anche quel passaggio si realizzasse, l'area Poste influirebbe sul 65 per cento del PSN attraverso le quote oggi detenute da TIM e CDP Equity. Sono negoziati e scenari di governance, non una nuova composizione già perfezionata. Proprio per questo contano: mostrano che il controllo del concessionario dell'infrastruttura pubblica può essere ridisegnato attraverso operazioni societarie esterne al contratto con le amministrazioni.

La Presidenza del Consiglio ha affidato alla società una concessione della durata massima di tredici anni. I contratti delle singole amministrazioni possono durare dieci anni. La convenzione permette che i servizi siano eseguiti dai soci del concessionario e prevede subappalti e subcontratti entro le regole applicabili. Alla scadenza una parte dell'infrastruttura può essere devoluta al concedente o al gestore subentrante, ma immobili, brevetti e sistemi protetti da proprietà intellettuale non diventano automaticamente pubblici.

Il circuito è sostenuto anche dalla spesa pubblica. Il PNRR ha riservato 900 milioni di euro alle amministrazioni centrali e sanitarie per la migrazione sui servizi del PSN. A fine 2025 la società dichiarava più di 600 amministrazioni aderenti e un portafoglio ordini di circa 3,8 miliardi. Non c'è nulla di anomalo nel fatto che una concessione generi ricavi: è il suo modello economico. Proprio per questo diventa essenziale capire quanta capacità operativa e contrattuale resti dalla parte dello Stato che finanzia la domanda.

Il passaggio decisivo è scritto nel bilancio integrato 2025 della stessa società. PSN spiega che il contratto di servizio con TIM, Leonardo e Sogei “esternalizza gran parte delle attività”. La sua mappa dei rischi riconosce inoltre un'elevata concentrazione e dipendenza dai fornitori, il possibile lock-in tecnologico e un presidio non pieno del monitoraggio degli obblighi contrattuali e dell'applicazione delle penali.

Non è una denuncia di un oppositore. È il modo in cui il concessionario descrive il proprio modello operativo e i rischi che deve gestire.

Anche lo stack resta ibrido. Secure Public Cloud utilizza Microsoft Azure, Google Cloud, AWS e Oracle. PSN dichiara che i carichi rimangono in region italiane, che le operazioni vengono effettuate in Italia e che le chiavi principali, appartenenti alle amministrazioni, sono gestite dal Polo. Sono protezioni concrete. Una chiave esterna al fornitore cloud può ridurre la possibilità che questo legga i dati; backup separati e region nazionali migliorano continuità e controllo.

Ma cifrare un servizio non significa possederne il software. La roadmap, gli aggiornamenti, le interfacce, i formati e la fine del supporto possono continuare a dipendere dall'hyperscaler. Se un database proprietario diventa indispensabile, la chiave protegge il contenuto ma non rende economica la sostituzione del motore. La sovranità crittografica mitiga una dipendenza industriale; non la cancella.

Dalle amministrazioni alle Forze armate

Il punto diventa più delicato quando nel PSN entrano servizi dello Stato. La strategia nazionale prevede di ospitare dati e servizi critici e strategici delle amministrazioni centrali, delle aziende sanitarie e degli enti locali.

Il Ministero della Difesa ha firmato nel 2024 un contratto decennale che coinvolge il Comando per le Operazioni in Rete, l'Esercito, la Marina, l'Aeronautica e il Segretariato generale della Difesa. La pagina PNRR del Ministero definisce il passaggio come la prima adozione di una gestione esterna dei servizi digitali non classificati.

È essenziale conservare l'aggettivo. Le fonti ufficiali indicano portali, e-learning, sistemi documentali, componente sanitaria e limitate funzioni di continuità operativa. Parlano di servizi non mission critical e non autorizzano a dire che il PSN ospiti sistemi d'arma, dati classificati o il comando delle operazioni militari.

Il perimetro limitato non rende irrilevante la scelta. Un sistema documentale unico, i servizi sanitari e i portali di tutte le Forze armate sono infrastruttura amministrativa critica. Spostarli da CED gestiti internamente a un concessionario significa trasferire personale, procedure, conoscenza operativa e responsabilità lungo una catena societaria. Può essere una decisione razionale, ma non è una semplice sostituzione di server vecchi con server nuovi.

Il beneficio dichiarato è il consolidamento. Molti CED pubblici censiti prima della Strategia Cloud Italia non raggiungevano requisiti adeguati. Quattro data center in doppia regione, controlli comuni, personale specializzato, qualificazioni dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale, backup e procedure di continuità possono essere più sicuri di decine di sale macchine fragili, sottodimensionate e aggiornate in modo disomogeneo.

La concentrazione cambia però la forma del rischio. Riduce il numero di punti deboli, ma aumenta il valore e il raggio d'impatto di quelli rimasti. Un errore locale colpisce un ufficio; un errore nel livello condiviso può attraversare molte amministrazioni. Un fornitore specializzato può difendere meglio il sistema; lo stesso fornitore diventa anche una dipendenza sistemica. Questo aumento del raggio d'impatto è un'inferenza architetturale, non una statistica che dimostri già che il PSN sia meno affidabile dei CED sostituiti.

Il bilancio PSN del 2024 riferisce incidenti di sicurezza dovuti a fattori interni che resero indisponibili alcuni servizi e, almeno in un caso, richiesero l'attivazione del piano di continuità operativa. La società afferma di essere intervenuta efficacemente e di avere avviato miglioramenti. Non furono necessariamente attacchi e non vengono descritti come violazioni di dati. Nel bilancio integrato successivo PSN dichiara zero attacchi informatici e violazioni di dati registrati nel 2025; nello stesso anno ACN ha rinnovato le qualificazioni dell'infrastruttura e dei principali servizi esaminati. Il quadro non dimostra un'infrastruttura fuori controllo. Dimostra che la centralizzazione non elimina il guasto e lo trasforma in un problema di progettazione nazionale.

La domanda giusta non è se il PSN sia sicuro o insicuro in assoluto. È se lo Stato conservi abbastanza capacità per controllare il concessionario, verificare i soci gestori, comprendere lo stack, esercitare le penali e ricostruire i servizi altrove. Se la risposta dipende dagli stessi soggetti che forniscono infrastruttura, operazioni e tecnologia, la sovranità rischia di diventare la gestione nazionale di una dipendenza che rimane industrialmente esterna.

Otto domande invece di una bandiera

La parola sovranità invita alle scorciatoie. Basta mettere i server entro i confini, assumere tecnici italiani o applicare una bandiera al servizio. Un test più serio richiede almeno otto domande.

Dove si trovano i server e tutte le copie? Quale giurisdizione raggiunge società, personale e dati? Chi controlla identità, chiavi, log e aggiornamenti? Chi possiede edificio, hardware e capitale? Chi può modificare firmware, orchestrazione e software? Il cliente può uscire senza riscrivere il servizio? Dove restano salari, imposte, profitti, ricerca e proprietà intellettuale? Il potere pubblico può misurare, condizionare e, quando necessario, rifiutare?

Il PSN supera alcuni test e ne lascia aperti altri. La localizzazione italiana, il controllo delle chiavi, le qualificazioni ACN e la golden power non sono dettagli cosmetici. Allo stesso tempo, una società non controllata direttamente dallo Stato, che esternalizza gran parte delle operazioni ai propri azionisti e incorpora stack di imprese extraeuropee, non realizza l'autonomia che il nome suggerisce.

Lo stesso metodo vale per i campus commerciali. Un edificio di proprietà straniera può produrre grande valore locale se compra energia addizionale, crea competenze, paga correttamente imposte e ospita operatori sostituibili. Un edificio di proprietà italiana può produrne poco se dipende da hardware, software e clienti controllati altrove. La nazionalità è una variabile; l'autonomia è una relazione fra molte variabili.

Il conto elettrico ha un indirizzo

Nel 2024 i data center italiani avrebbero consumato circa 5,8 terawattora, secondo le stime dell'Energy & Strategy Group del Politecnico di Milano: circa l'1,9 per cento della domanda elettrica nazionale. Negli scenari al 2035 la quota potrebbe salire fra il 7 e il 13 per cento.

Sono stime, non misure di Terna e non profezie. Dipendono da quanti progetti verranno costruiti, dall'efficienza, dalla densità delle GPU e dalla domanda effettiva. La rete, inoltre, non vive di sole somme annuali. Un impianto ha bisogno di potenza continua nel nodo in cui sorge. Può esistere abbastanza elettricità nel Paese e non abbastanza capacità nella sottostazione richiesta.

Qui i data center competono con altre trasformazioni necessarie: elettrificare trasporti e riscaldamento, sostituire combustibili nell'industria, chiudere centrali fossili. Un contratto di acquisto da fonte rinnovabile può finanziare nuova generazione, ma una garanzia d'origine annuale non crea automaticamente energia pulita in ogni ora e nello stesso nodo. Se il progetto richiede nuovi elettrodotti, bisogna sapere chi li paga e quali utenti ne beneficeranno.

I carichi per l'intelligenza artificiale potrebbero offrire flessibilità: alcuni addestramenti si possono spostare nel tempo o fra regioni. Ma non ogni elaborazione è rinviabile e il prodotto principale di un data center rimane la disponibilità. Non si può contare sulla flessibilità come se fosse già un servizio contrattuale prima di averla misurata.

L'acqua non si conta per prompt

Sul consumo idrico il dibattito ha prodotto equivalenze spettacolari e poco trasferibili. L'acqua utilizzata dipende dal clima, dalla stagione, dalla densità dei rack, dal sistema di raffreddamento e dal confine scelto per il calcolo. Un impianto può consumare più acqua sul posto per ridurre l'elettricità usata dai compressori. Un altro può quasi eliminare l'evaporazione e aumentare la domanda elettrica. Anche la produzione dell'energia ha una propria impronta idrica.

Il regolamento europeo sul reporting dei data center richiede indicatori come efficacia energetica, uso dell'acqua, calore riutilizzato e quota rinnovabile. È un passo avanti, ma la base pubblica aggregata non basta a un territorio che deve valutare un campus specifico. Un comune deve conoscere consumi stagionali, acqua potabile e non potabile, limiti nelle settimane di siccità, rumore, generatori di emergenza e impatto cumulativo con gli altri progetti.

Il recupero del calore è un buon esempio della distanza fra brochure e infrastruttura. Il calore di un data center può alimentare edifici, serre o reti locali, ma servono utenti vicini, tubazioni, temperature compatibili e domanda nello stesso periodo. Senza queste condizioni, la predisposizione tecnica resta una promessa senza destinatario.

La sostenibilità non dovrebbe essere una certificazione appesa al cancello. È un bilancio verificabile fra risorse assorbite, infrastrutture aggiunte e benefici restituiti. Se un territorio concede energia e suolo a un impianto molto automatizzato, ha diritto a sapere che cosa riceverà dopo la fine del cantiere.

La difesa degli investimenti stranieri

Esiste un controargomento forte. L'Italia non possiede oggi capitale, hardware, software e scala sufficienti per soddisfare da sola tutta la domanda di cloud e calcolo avanzato. Aspettare un ecosistema perfettamente nazionale significherebbe probabilmente restare periferici e comprare gli stessi servizi da regioni estere.

Microsoft ha annunciato 4,3 miliardi di euro in due anni per ampliare ItalyNorth e sostenere formazione. Dichiara contratti di acquisto di energia rinnovabile, raccolta dell'acqua piovana e uso limitato del raffreddamento evaporativo. Anche prendendo queste affermazioni come dichiarazioni aziendali da verificare sito per sito, l'investimento può migliorare capacità, competenze e resilienza.

Possedere interamente un ecosistema troppo piccolo non è automaticamente preferibile a trattenere una quota significativa di un ecosistema globale. Le imprese italiane hanno bisogno di strumenti affidabili adesso. Le amministrazioni devono sostituire CED che non reggono più gli standard minimi. Gli operatori internazionali possono portare tecnologie, clienti e pratiche che richiederebbero anni per essere replicate.

Ma questo argomento giustifica una collaborazione, non l'assenza di condizioni. La dipendenza può essere accettata durante una transizione soltanto se resta visibile, misurabile e reversibile. Se gli incentivi pubblici finanziano la migrazione verso servizi dai quali uscire diventa troppo costoso, il sussidio non compra sovranità: compra domanda futura per il fornitore.

Il PSN avrebbe potuto essere il luogo in cui lo Stato costruiva competenze proprie pur acquistando tecnologia dal mercato. Il suo modello rischia invece di sovrapporre tre dipendenze: dalla società concessionaria, dai soci che ne svolgono gran parte delle operazioni e dagli hyperscaler che forniscono componenti dello stack. Le qualificazioni di sicurezza riducono il rischio tecnico immediato; non risolvono quello industriale e democratico.

Non basta attirare capitale

Una politica industriale per i data center non deve scegliere fra chiudere i cancelli e offrire qualsiasi cosa agli investitori. Deve stabilire quali risultati compra il territorio con le proprie risorse.

Le richieste di connessione dovrebbero essere ordinate per maturità, con garanzie che scoraggino prenotazioni puramente opzionali. Le autorizzazioni dovrebbero valutare insieme rete, acqua, fibra, calore, suolo e generazione rinnovabile addizionale. I dati ambientali dovrebbero essere pubblici per sito e confrontabili nel tempo. Gli ampliamenti di rete dovrebbero avere regole chiare su costi e benefici.

Gli impegni occupazionali dovrebbero distinguere cantiere e posti permanenti. Quelli sulla filiera dovrebbero misurare acquisti, ricerca e proprietà intellettuale, non soltanto il numero di fornitori registrati. Gli appalti cloud dovrebbero premiare portabilità verificata, formati aperti, software sostituibile e capacità interna dell'amministrazione. Un piano di uscita non può essere un allegato scritto dal fornitore: deve essere provato, finanziato e periodicamente esercitato.

Per il PSN servirebbe una domanda ancora più semplice: chi rappresenta davvero l'interesse dello Stato quando concessionario, soci gestori e fornitori tecnologici hanno incentivi economici convergenti? Golden power, ACN, direttore dell'esecuzione e penali sono strumenti importanti. Diventano efficaci soltanto se il settore pubblico conserva persone capaci di usarli, accesso ai dati operativi e alternative praticabili.

L'Europa, con la proposta di Cloud and AI Development Act, vuole aumentare rapidamente la capacità di calcolo e introdurre criteri comuni di sovranità. Le due cose devono procedere insieme. Triplicare gli edifici senza cambiare dipendenze e controllo produrrebbe più capacità europea per piattaforme che restano governate altrove.

L'Italia può accogliere i data center. Può perfino usare il capitale straniero per accelerare una modernizzazione necessaria. Ma dovrebbe smettere di confondere la residenza dei server con la proprietà del futuro digitale.

Novantacinque gigawatt di richieste non sono novantacinque gigawatt di sovranità. Un indirizzo nel Paese non è ancora una casa nostra, e una chiave custodita qui non basta se non possiamo cambiare la serratura, il sistema operativo e il proprietario dell'edificio. La sovranità comincia quando sappiamo che cosa dipende da chi, quanto costa sostituirlo e quanta parte del valore rimane nel luogo che fornisce energia, acqua, competenze e regole.

Finché queste risposte restano affidate soprattutto ai concessionari e ai loro fornitori, il data center sarà in Italia. La decisione, molto meno.

Bibliografia e documentazione

Fonti primarie e istituzionali

  • Ministero delle Imprese e del Made in Italy. “Strategia per l'attrazione in Italia degli investimenti industriali esteri in data center.” Novembre 2025.
  • Terna. “Piano di Sviluppo 2025 della rete elettrica nazionale.” 2025.
  • Repubblica italiana. “Legge 10 aprile 2026, n. 49” e testo coordinato del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, articolo 8.
  • Regione Lombardia. “Legge regionale 3 giugno 2026, n. 11. Disposizioni in materia di insediamento di centri dati.” Giugno 2026.
  • Consiglio regionale della Lombardia. “Progetto di legge n. 86: dati dell'iter e seduta del 26 maggio 2026.” Maggio 2026.
  • Commissione europea. “Regolamento delegato (UE) 2024/1364.” 14 marzo 2024.
  • Commissione europea. “Proposal for a Cloud and AI Development Act.” COM(2026) 502, 3 giugno 2026.
  • Dipartimento per la trasformazione digitale. “Polo Strategico Nazionale.” Aggiornato nel 2026.
  • Dipartimento per la trasformazione digitale e Polo Strategico Nazionale. “Convenzione di concessione per la realizzazione e gestione del Polo Strategico Nazionale.” 24 agosto 2022.
  • Ministero della Difesa. “Siglato l'accordo tra il Ministero della Difesa e Polo Strategico Nazionale.” 5 giugno 2024.
  • Ministero della Difesa. “Investimento 1.1 Infrastrutture Digitali - Migrazione al Polo Strategico Nazionale.”
  • Polo Strategico Nazionale. “Società Trasparente.”
  • Polo Strategico Nazionale. “Secure Public Cloud.”
  • Polo Strategico Nazionale. “Bilancio di esercizio 2024.” 2025.
  • Polo Strategico Nazionale. “Bilancio integrato 2025.” 19 marzo 2026.

Documentazione tecnica e ricerca

  • Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano. “Dal rumore al valore: l'Italia come nuovo Data Center Hub europeo.” Gennaio 2026.
  • Energy & Strategy Group, Politecnico di Milano. “Digitalization and Decarbonization Report 2025.” Gennaio 2026.
  • Vermeulen, Peter; Pb7 Research; Italian Data Center Association. “Status dei Data Centers in Italia.” Giugno 2025.
  • Parlamento europeo. “Report on European Technological Sovereignty and Digital Infrastructure.” 2025.
  • Parlamento europeo. “European Software and Cyber Dependencies.” Dicembre 2025.
  • International Energy Agency. “Energy and AI.” 2025.

Analisi e copertura editoriale

  • Vecchio, Alessandro. “L'Italia invasa dai data center.” Guerre di Rete, 30 luglio 2026.
  • Tom's Hardware Italia. “I data center ingolfano la rete elettrica italiana di richieste (quasi tutte finte).” 25 agosto 2026.
  • Fortune Italia. “Data center, boom delle richieste di energia: in Italia 95 GW in attesa di connessione.” 24 agosto 2026.
  • Corriere Comunicazioni. “Polo Strategico Nazionale, Leonardo punta al 10% di Sogei.” 7 luglio 2026.
  • Adnkronos. “Cloud, Polo strategico nazionale: nei prossimi giorni affondo Leonardo per quota Sogei.” 6 luglio 2026.
  • Khalili, Joel. “The AI Race Is Pressuring Utilities to Squeeze More From Europe's Power Grids.” WIRED, 23 marzo 2026.
  • Taft, Molly. “You're Thinking About AI and Water All Wrong.” WIRED, 12 dicembre 2025.